Avere o essere!

Non esiste filosofo, sociologo o psicologo e nemmeno alcun altra persona dotata di un minimo di capacità raziocinante che non abbia, almeno una volta nella sua vita, affrontato questo dilemma.

Taluno ha fatto una sua scelta ben precisa, altri ha lasciato che le cose andassero al di là e al di fuori del problema e non ha preso decisioni. Qualche altro ci ha scritto sopra dei libri o ne ha ricavato messaggi sociali di cui l’unica conclusione finale è «comunque ognuno è liberissimo di fare come vuole».

Io mi propongo soltanto di trarne alcune considerazioni usum delphini» per i collaboratori volontari e no del C.I.D.M.E.P.A.

A mio pare il quesito (anche a fattori invertiti) è mal posto; infatti sia l’Essere che l’ Avere presuppongono una precisa «capacità»: l’Onestà. Perché chiamo l’Onestà, una capacità? Perché secondo me, la vera onestà, si può solo imparare. E di persone che confondono questa capacità con tutto fuorché con quello che essa veramente è ce n’è una almeno più di mille.

Essere onesti vuol anche dire essere di grado di darsi un valore; vuol anche dire sapere e riconoscere che in buona parte altri hanno contribuito a formarlo; vuol anche dire professare coerentemente la dura disciplina della riconoscenza.

A quante bottiglie ho bevuto prima di imparare a distinguerne il contenuto al di là dell’etichettra ?

E che tipo di onestà ho imparato se mi lascio all’improvviso abbacinare dai colori sgargianti di una invitante e puttana etichetta di una nuova e panciuta bottiglia da ubriacone dell’Avere?

È vero la bottiglia e l’etichetta hanno una loro gratificante estetica; ma dietro e dentro cosa c’è? Chi c’è?

Se persone anche parzialmente addestrate si lasciano ancora incantare da specchietti e collanine, è essere facili profeti diagnosticare per loro, in un non lontano futuro, l’epoca del riflusso vegetativo e della sveglia al collo; e tanta ma tanta tenerezza e ricatti morali.

Credo comunque di sapere qual’è la molla che può spingere determinati individui sul rifiuto della riconoscenza verso il C.I.D.M.E.P.A•, il fatto che il C.I.D.M.E.P.A di riconoscenza non ne vuole ma invita a darne il corrispettivo ad altri che ne abbiano o credano di averne bisogno.

Questo può veramente essere tragico per chi vive di bisogni di riconoscimenti e di gratificazioni; Gli toglie il succhiotto della mamma e il giocattolo del bambino; gli toglie i baffi del papà e le coccole dell’amica/o.

E non è tutto; non gli permette di contare balle e di inventare delusioni a giustificazione di utopie di lana caprina.

D’altra parte, quando un nuovo allievo del corso vi dice: «Io pago quindi voglio frequentare il corso» voi, dove gli dite di infilarsi i suoi soldi?

Egli è solo libero di andarsene e di tornare alla sua più o meno comoda realtà sperimentata. A quella stessa realtà che l’ha spinto a cercare «anche» presso il C.I.D.M.E.P.A una qualche se pur piccola alternativa esistenziale.

Ma a questo punto mi rendo conto di non essere in grado di dare una risposta al dilemma «Avere o Essere» e siccome quello che volevo dire l’ho scritto, da buon apprendista delfino torno di sotto, dove di sporco infetto e di inutile rumore ce n’è un po’ meno.

Se voi state bene sono felice. per voi.

M.B.

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